Il richiamo del Gran Paradiso

Nella parte sud-ovest della Valle d’Aosta si trova la Valsavaranche, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, una vallata selvaggia protetta dalla vetta del monte omonimo.

Uno zefiro d’aria fresca si fa strada tra i ciuffi di Crochi: ballerini violacei che danzano al ritmo lento ma costante scandito dalla montagna.

Il respiro è pieno di vita, la mente si rigenera, il tempo si ferma.

Sono un’ospite, spero gradito, degli abitanti della zona: stambecchi e camosci mi guardano perplessi, ma nemmeno tanto impauriti.

Alcuni li ho visti correre lungo la parete verticale sfidando la forza di gravità, altri scornarsi per un filo d’erba, che meraviglia.

Sento il rumore dei sentieri sotto ai piedi, il sole mi brucia un po’ la pelle e le innumerevoli cascate che nascono dal disgelo del manto nevoso, proseguono verso valle, lasciando alle proprie spalle i mesi passati.

Larici, pini cembri ed abeti rossi si susseguono, incrociano le loro radici a formare scalini. Ci cammino sopra, così come fanno gli scoiattoli e decine di uccelli selvatici sui loro rami.

Il bosco è la vita, ci protegge, ci fa ombra, anche se non glielo chiediamo; si abbevera dell’acqua di monte, quella che poi si tuffa nel torrente Savara.

Il Gran Paradiso svetta tra le Alpi Graie orientali, è l’unica vetta sopra i 4000 metri di questo massiccio ed ogni giorno attende in prima fila il nascere ed il tramontare del sole.

Una nuvola cavalca il vento, lo accarezza e se ne va…

Gli alpinisti ne assaporano le pareti, altri si avvicinano alle pendici, io osservo in lontananza l’ultimo spruzzo di luce spegnersi.

Mi basta così, sono in pace, è una sensazione facile da descrivere se la stai provando, non mi sentivo così da parecchio tempo, mi è mancata.

Il peso dello zaino fotografico non è più un limite, ma un’opportunità, lasciare una traccia della propria esperienza sapendo che potrebbe essere d’aiuto ad altri, trasmettere il rispetto per questi luoghi per poterlo anche ricevere in cambio.

Si fa buio ed è tempo di tornare.

Una storia di passi, luce e silenzi

Dopo mesi di silenzio e grigiore interiore, Stefano sentì un fremito. Non era un terremoto, né un sogno: era il richiamo della montagna. La fotografia, un tempo sua compagna inseparabile, giaceva dimenticata come una spada arrugginita. Ma qualcosa stava cambiando.

Fu sua moglie, Erica, a pronunciare le parole magiche: «Andiamo in Valle d’Aosta.»
E come un incantesimo, la nebbia si diradò. Leonardo, il loro piccolo esploratore, approvò con un sorriso largo quanto il cielo.

La meta era la Valsavarenche, una valle misteriosa e mai esplorata dai tre. Il viaggio fu sereno, quasi irreale, come se il mondo avesse deciso di lasciarli passare indisturbati. A Norat, una frazione di Introd, li accolse la Signora Manuela, custode di un rifugio incantato: Le Vieilles Maisons d’Introd. Un giardino a terrazze, piante, fiori e animali, una casa sull’albero e una vista che mozzava il fiato. Leonardo sembrava un principe nel suo regno.

All’alba, Stefano salì silenzioso nel giardino, la macchina fotografica tra le mani. Il sole, come una lama d’oro, squarciò l’ombra della valle. Due scatti, forse imperfetti, ma pieni di vita. Era tornato.

Quel giorno, guidati da Claudio e Valeria, due spiriti affini, si avventurarono nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il sentiero verso il Rifugio Vittorio Emanuele II li accolse con torrenti impetuosi, camosci agili come ombre e boschi antichi. Non arrivarono in cima, ma trovarono un punto più esposto da cui ammirare una cascata che sembrava scendere dal cielo.

Nel pomeriggio, Stefano partì da solo. La montagna lo chiamava ancora. Attraversò un tunnel buio, dove lo attendeva una famiglia di camosci, come guardiani di un regno nascosto. Più in alto, a Meyes Inferiore, trovò un branco di stambecchi, immobili e solenni, come statue di un tempio naturale. Il tramonto non fu colorato, ma il silenzio, il vento e il profumo dei crochi gli riempirono l’anima.

La notte portò pioggia e volpi curiose. Le stelle si nascosero, ma Stefano non era deluso. Aveva ritrovato qualcosa di più prezioso: sé stesso.

Il giorno seguente, con le gambe stanche ma il cuore leggero, affrontò il sentiero verso i laghi del Nivolet. La Croce dell’Arolley lo sfidò con i suoi gradini di pietra, ma la vista dalla cima lo ripagò con la maestosità del Ciarforon, della Tresenta e della Becca di Monciair. Oltre la croce, il silenzio. Nessun segnale, solo vento, neve che si scioglieva e pascoli infiniti.

Ma la montagna, si sa, non regala nulla. Un piccolo errore di valutazione lo portò a camminare per più di un’ora, a volte sprofondando nella neve, fino alle ginocchia. Il Colle del Nivolet era lì, ma i laghi erano ghiacciati, il rifugio chiuso, il passo sbarrato. Un errore, sì, ma anche una lezione. Sulla via del ritorno, avvisò altri escursionisti, ma nessuno lo ascoltò. Anche lui avrebbe fatto lo stesso.

Nel pomeriggio, raggiunse la famiglia al Parc Animalier d’Introd. La sera, la cena con Claudio, Valeria e nuovi amici chiuse la giornata con calore e risate.

L’ultimo giorno lo trascorsero in Val di Rhêmes. Il lago di Pellaud, ora libero dal ghiaccio invernale, brillava di un colore acquamarina. Il sentiero li guidò tra vecchi mulini e boschi abitati da scoiattoli e uccelli in volo. Là in fondo, il Granta Parey, maestoso e silenzioso, li osservava. Stefano sapeva che un giorno sarebbe tornato per vederlo dal Rifugio Benevolo.

Pranzarono al rifugio del lago, poi fu tempo di tornare. Il viaggio di ritorno li attendeva, ma anche un senso di pienezza difficile da spiegare.

Erano stati giorni rigeneranti. Avevano camminato, riso, contemplato. E soprattutto, erano stati bene. Tutti e tre.
E questo, alla fine, era ciò che contava davvero.

Arrivederci, Valsavarenche.

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