
Ottobre non è il mese che viene subito in mente quando si parla di vacanze, eppure è proprio in questo momento che la Val d’Orcia svela il suo lato più intimo. In questa pagina non troverete un semplice diario fotografico o l’ennesimo elenco di luoghi da visitare: quello che segue è il racconto di un’esperienza vissuta, condivisa in famiglia, tra luce radente e silenzi sospesi.
Ogni scatto è stato cercato, preparato, a volte conquistato. Ogni collina, ogni borgo, ogni alba ha portato con sé una piccola avventura, fatta di scoperta, attesa e meraviglia. Non si tratta solo di portare a casa belle immagini, ma di vivere il territorio, di respirarne i colori e i sapori.
Se anche tu stai pensando di esplorare la Val d’Orcia, o semplicemente vuoi perderti tra le sue curve morbide per qualche minuto, accomodati: comincia qui il mio viaggio.
«Dolcetto o scherzetto?»
Era ottobre, e la domanda—presa in prestito dalla tradizione celtica—era più che mai calzante. Perché in ogni viaggio c’è sempre una scelta implicita: dolcetto, se tutto va come sperato; scherzetto, se qualcosa devia. Ma quando la meta è la Val d’Orcia, in Toscana, c’è poco spazio per brutte sorprese.
Già sapevo che ottobre non fosse la stagione “da cartolina”. Niente fioriture, niente campi di grano dorati. Eppure quella luce autunnale, morbida come seta e pungente come il primo sorso di vino novello, aveva il potere di trasformare ogni scorcio in una scena da film d’autore. Per me, fotograficamente parlando, era decisamente un “dolcetto”.
La valle si apre con grazia: una distesa di colline ordinate, punteggiate da casali e cipressi, come se una mano invisibile avesse curato la composizione. Un territorio plasmato dal tempo e dalla terra, esteso tra le Crete Senesi e la Val di Chiana, fino al maestoso Monte Amiata. E ad osservarla dall’alto, quasi come sentinelle silenziose, i borghi medievali: Pienza, Montalcino, San Quirico d’Orcia, Montepulciano.
San Quirico fu il campo base. Una scelta logistica, certo, ma anche poetica: piccolo, raccolto, autentico. Da lì, ogni spot fotografico era raggiungibile in meno di 15 minuti di auto. Il piano di viaggio era semplice ma denso: sveglia presto per immortalare l’alba, pausa culturale e gastronomica durante il giorno, tramonto con macchina fotografica alla mano. Sempre insieme a mia moglie e nostro figlio, compagni d’avventura e silenziosi alleati.
Il web era stato prezioso nello scouting dei luoghi: mappe solari, esperienze di altri fotografi, consigli su composizione. Quando arrivavo su uno spot, sapevo esattamente dove volevo essere. Ma nonostante ciò, nulla poteva sostituire la sensazione che si prova nel trovarsi, finalmente, davanti alla cappella della Madonna di Vitaleta, o al Podere Belvedere, nella luce vera, nel silenzio vero.
Ogni angolo della Val d’Orcia sembrava progettato per la macchina fotografica. Il boschetto dei cipressi, ad esempio, mutava forma e profondità a seconda del punto d’osservazione, come una scultura viva. A Poggio Covili, il viale perfetto di cipressi tagliava la collina con geometria quasi irreale: lo fotografai lateralmente, ma già pregustavo, se solo avessi avuto un giorno in più, lo scatto dall’alto con teleobiettivo.
Un’altra tappa iconica fu il “Gladiator shooting point”, location del celebre film. In assenza del grano estivo, l’atmosfera si era un po’ dissolta, ma la magia del posto rimaneva. A Baccoleno, invece, il viale di cipressi curvo conduce all’agriturismo come in un dipinto, e la vista dalla collina che lo sovrasta è tra le più memorabili di tutta la Toscana.
Tuttavia, non erano solo gli scatti a dare valore al viaggio. Ogni spostamento – verso Castiglione d’Orcia, Monticchiello, Bagno Vignoni o Radicofani – era l’occasione per scoprire nuovi sapori, piazze vuote e botteghe genuine. Paesi con nomi musicali che sembravano custodire il segreto della lentezza.
E non posso dimenticare le tavole toscane: ogni pasto era un rito, un’estensione della fotografia. Salumi, pecorino, pici all’aglione, e naturalmente il Brunello: sapori netti, decisi, reali—come la luce che cercavo con l’obiettivo.
Se c’è un consiglio che mi sento di lasciare a chi vuole esplorare questa valle, è questo: preparatevi, certo. Pianificate con cura. Ma una volta lì, lasciate che sia la luce a guidarvi. Portate ogni obiettivo che avete, dal grandangolo al tele. Ma soprattutto: guardate, respirate, ascoltate. Perché in Val d’Orcia, più che altrove, è l’occhio interiore a dover essere messo a fuoco.
Ahhh… la Val d’Orcia!