La Chiamata delle Tre Cime

 

C’era una volta un’estate che ardeva come brace nella piana del nord, dove l’aria si faceva fitta e i pensieri si scioglievano lenti. In quel tempo, un giovane viandante di nome Stefano udì una voce. Non parlava con parole, ma con immagini: un invito fatto di luce, silenzi e picchi innevati.

Un uomo di montagna, Marco il Saggio, aveva lanciato un segnale: un raduno per spiriti erranti e cacciatori di meraviglie. Fotografare le Tre Cime all’alba, ascoltare le storie del vento, camminare tra ombre e stelle. Stefano sentì il cuore battere al ritmo delle scarpe da trekking. Era il momento.

Prese il suo zaino, lasciò indietro la città e partì. Verso nord. Verso l’alto. Verso un luogo dove la pietra conserva la memoria degli antichi e il cielo, nelle notti limpide, lascia intravedere la Via Lattea come un sentiero per i sognatori.

Al suo fianco, otto compagni—stranieri all’inizio, ma destinati a diventare fratelli d’impresa. Insieme avrebbero dormito tra i muri di un rifugio incantato, camminato sotto il sole e la grandine, catturato attimi con le loro lenti magiche.

Ma questa, caro lettore… è solo la prima pagina della storia. Perché ogni fiaba ha bisogno di un’alba, di un drago da addomesticare e di una vetta da conquistare.

Il giorno della partenza giunse come un’alba attesa da secoli. Otto viandanti si incontrarono ai piedi del Rifugio Auronzo. C’erano voci dalle Marche, dalla Liguria, dai laghi e dal mare… ma negli occhi, tutti portavano la stessa luce: quella di chi cerca qualcosa di più tra le pieghe del mondo.

Ogni zaino racchiudeva una storia. Ogni lente, un desiderio.

La marcia verso il Rifugio Locatelli fu scandita da passi e sguardi. Le nuvole giocavano a rincorrersi tra le cime, e il silenzio della montagna parlava a chi sapeva ascoltare.

Il rifugio, arroccato tra sogni e ricordi, era un castello per anime erranti. Non aveva lussi, ma possedeva qualcosa di più raro: il respiro della semplicità. Ci si divideva i letti, si condividevano le prese della corrente, e si imparava l’arte dell’adattamento. Perché in montagna non si comanda, si impara a danzare col tempo.

Appena il sole cominciò la sua discesa, Marco—guida e cantastorie—annunciò la prima missione: fotografare il tramonto dalle grotte di guerra. Un punto sospeso tra epoche, dove un tempo i soldati scrutavano l’orizzonte con paura, e ora i fotografi lo fanno con stupore.

Le Tre Cime stavano lì, immobili e maestose, come tre guardiane del tempo. Quando il cielo si fece fiamma, ogni obiettivo catturò un incanto. Le mani tremavano, non per il freddo, ma per l’emozione.

Poi calò la notte.

Stefano, con occhi grandi come pianeti, sussurrò: > “Cavolo…si vede ad occhio nudo.”

Il linguaggio non fu nobile, ma sincero. Perché a volte le parole comuni sono le uniche capaci di contenere l’infinito.

Scattarono. Immobili. In silenzio. I cuori, però, danzavano.

Il riposo fu breve e turbolento. Stefano, omonimo del compagno, russava come se cercasse di spaventare le nubi. Ma nessuno si lamentò: era parte dell’incanto.

All’alba, due gruppi si divisero. Stefano e Patrick seguirono Andrea soprannominato lo Sherpa—un guerriero silenzioso con il passo dell’esperienza e l’anima da esploratore. Salirono al Sasso di Sesto, dove il mondo si apriva come un libro illustrato.

Le Tre Cime all’orizzonte, i laghi dei Piani ai piedi, la torre di Toblin come sentinella. E lì, nel primo respiro del mattino, scattarono in silenzio. La luce si infilava tra le punte come un segreto rivelato solo a chi sa aspettare.

Dopo colazione, il gruppo si incamminò verso il Monte Paterno. Le trincee, scavate con mani sporche di paura, ora accoglievano passi leggeri e occhi attenti. Si trovavano bossoli, feritoie, gallerie strette come pensieri in tempo di guerra.

Ma anche lì, tra pietre che sussurravano, la fotografia trasformava l’ombra in luce. Sergey, con la sua R5 magica, catturava ogni dettaglio come un alchimista d’immagini.

Nel pomeriggio, il rifugio si fece casa. Le foto vennero condivise come carte magiche attorno a un tavolo. Lì, Stefano vide un riflesso ai laghi dei Piani—un’immagine che parlava. Nacque una missione segreta per il giorno seguente: scattare ciò che il cuore aveva visto attraverso un altro sguardo.

Quella sera tornarono sul Sasso. Il cielo accese la sua ultima meraviglia: una lingua di fuoco sopra la Torre dei Scarperi. Sembrava una scena uscita dalle terre di Mordor, se Tolkien avesse conosciuto le Dolomiti.

Poi arrivarono tuoni lontani. La compagnia scese, con passo cauto ma occhi pieni di stelle.

All’ultima alba, Stefano trovò una pozza d’acqua. Dentro, le Tre Cime si riflettevano come se il cielo le stesse sognando. Scattò. Sorrise. Il cerchio si chiudeva.

Al rifugio, le mani si strinsero, le spalle si toccarono. Nessuno parlava molto. Non serviva. L’incanto aveva già parlato per tutti.

Fecero ritorno al mondo degli orologi, delle strade dritte e delle notifiche. Ma qualcosa era cambiato. Un seme era stato piantato.

La montagna, si dice, chiama chi le somiglia. E chi la ascolta… non torna mai davvero come prima.

Facebook
Twitter
LinkedIn
Telegram
WhatsApp
X
Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto